Economia e lavoro - 17 luglio 2026, 07:00

Novanta minuti a ovest: come si guarda il calcio da questa parte della città

Ci si accorge che è cominciata prima ancora di sapere il risultato

Ci si accorge che è cominciata prima ancora di sapere il risultato. A Collegno, a Rivoli, lungo corso Francia, il sabato pomeriggio ha un suono suo — porte di bar che si aprono, un boato che arriva da tre finestre diverse con mezzo secondo di scarto, qualcuno che esce sul balcone a fumare e resta lì a sentire. Da questa parte di Torino il calcio non è mai stato un argomento fra i tanti. È il metronomo della settimana.

Quello che è cambiato, e parecchio, è il modo in cui lo si segue.

Chi ha avuto la radiolina lo sa

Fino a un certo punto la domenica era una cosa sola: Tutto il calcio minuto per minuto, l'apparecchio appoggiato sul tavolo della cucina, e i risultati che arrivavano quando arrivavano. Chi andava allo stadio la portava con sé — perché allo stadio, paradossalmente, si sapeva meno di tutti. Poi le pay tv hanno spostato tutto dentro casa, e per un decennio la partita è stata una finestra: si apriva alle tre, si chiudeva alle cinque meno un quarto.

Adesso non si chiude più. Questa è la differenza vera, molto più della qualità dell'immagine o del numero di telecamere.

Il secondo schermo

Guardate chi vi sta intorno mentre gioca la Juve. Nessuno guarda solo la partita. C'è il telefono acceso, c'è la chat che commenta in parallelo, c'è qualcuno che controlla una statistica per vincere una discussione. La partita è diventata un flusso: comincia con le formazioni probabili del giovedì e finisce mercoledì con il dibattito sull'episodio del secondo tempo.

E poi c'è il vocabolario. Expected goals, mappe di calore, possesso effettivo — roba che quindici anni fa stava nei convegni per allenatori e che oggi la senti al banco del bar di via Cavour. È successa una cosa curiosa: il tifoso medio è diventato più competente di quanto fosse suo padre, e lo è diventato quasi senza accorgersene, per osmosi, perché i numeri sono ovunque.

Anche le quote rientrano in questo linguaggio. Sono un termometro: dicono cosa il mercato si aspetta da una partita, prima ancora che si giochi. Chi le legge lo fa come si legge una previsione meteo, per capire l'aria che tira. Le piattaforme che le raccolgono — giocare su NetBet è una di quelle a cui si può fare riferimento — funzionano ormai anche come archivio numerico del campionato, consultabile accanto a un articolo o a una moviola.

Ma il campo vero è ancora sotto casa

C'è un secondo calcio, da queste parti, che non si vede in televisione e non lo vedrà mai. È quello dell'Eccellenza e della Promozione, delle società che a Grugliasco o ad Alpignano tengono aperto un campo tutto l'anno. Tribunette da centocinquanta posti. Le stesse facce da vent'anni. Il derby fra due comuni confinanti che nel resto d'Italia non interessa a nessuno e qui riempie il bordo campo.

La cosa interessante è che i due calci non si sono mangiati a vicenda, come si era previsto. Convivono, e in un certo senso si tengono. Puoi passare il pomeriggio a discutere di un centrocampista che gioca a Manchester e la domenica mattina andare a vedere una partita dove il pallone finisce nel parcheggio e qualcuno deve andarlo a prendere. Sono due bisogni diversi: lo spettacolo e la vicinanza. Il primo lo compri, il secondo no.

E adesso

La direzione è quella, e non torna indietro: più dati, più flussi, più modi di attraversare lo stesso evento. Lo streaming multicamera, i numeri sovrimpressi, le community che commentano in tempo reale hanno frantumato l'esperienza collettiva in tante esperienze singole, ognuna leggermente diversa dalle altre.

Se il rito sopravviva a questa moltiplicazione è una domanda aperta. Però se sabato alle tre passate un attimo da corso Francia e sentite quel boato sfasato che arriva da tre finestre diverse — direi che per ora regge.



 

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