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Attualità | 10 ottobre 2019, 08:00

“Eravamo quattro amici al bar...” ma non basta, la memoria storica del Toro merita di più

Ci mancano due passi al raggiungimento di questa sospirata meta: un accordo con il Torino FC, che ci tolga da una situazione unica quanto anomala di estraneità tra noi e la dirigenza della squadra di riferimento del Museo e l’agognato trasferimento al Filadelfia

“Eravamo quattro amici al bar...” ma non basta, la memoria storica del Toro merita di più

“Eravamo quattro amici al bar...” cantava Gino Paoli.

Noi eravamo qualcuno in più, sette per la precisione, ed eravamo davanti al notaio, professor Luigi Mazzucco, granata di provata fede, quella sera del 4 ottobre di ventiquattro anni fa, per far nascere, dalle ceneri delle Sentinelle del Filadelfia, che si erano sciolte dopo appena un anno di vita, l’Associazione Memoria Storica Granata.

Le Sentinelle si erano sciolte perché erano figlie di un equivoco di partenza. Metà dei fondatori era propensa ad un comportamento più passivo, dedito più alla vigilanza sull’opera di Diego Novelli e della sua Fondazione, mentre l'altra metà preferiva una partecipazione più attiva, senza disdegnare una collaborazione che consentisse di fare qualcosa di concreto. Va da se che io facevo parte di questa seconda fazione.

Fui nominato presidente e, come poco tempo fa mi disse Giuseppe Ferrauto, braccio estro di Cairo e suo uomo nella Fondazione Filadelfia, con cui i colpi di fioretto e le sciabolate, sempre scherzose, spesso sanguinose, non mancano, “...dopo la morte di Gheddafi, sei il dittatore più longevo nel bacino del Mediterraneo”, essendo ancora in carica oggi, a quasi cinque lustri di distanza.

Da quel quattro ottobre, di acqua sotto i ponti del Po ne è passata molta. Abbiamo recuperato, catalogato e salvato dall’immmondizia tutti quei cimeli che il polveroso ventre del Filadelfia aveva custodito, gelosamente ed amorevolmente, per decine di anni e che mani sacrileghe avevano buttato nei rifiuti. Con essi abbiamo allestito innumerevoli mostre prima e il Museo poi.

Il Museo, da piccola realtà a Superga, si è trasferito ed è cresciuto a Grugliasco, passando dai centoventi metri quadri del corpo di fabbrica della Basilica, ai seicentocinquanta di Villa Claretta.

Ma soprattutto è passato da fenomeno locale a realtà nazionale, come fondatore e membro della Federazione Italiana Musei di Calcio ed ambasciatore italiano all'estero, nel ruolo di fondatore ed unico membro italiano, per ora si spera, dell’International Sport Museum Association, che raduna l’élite dei musei di calco del mondo.

Nel frattempo abbiamo messo insieme una delle più ricche collezioni museali calcistiche al mondo, (non lo dico io, ma la totalità dei direttori di musei di calcio che sono venuti in visita al nostro Museo) abbiamo allestito centocinquanta mostre itineranti in Italia ed una trentina di mostre tematiche al Museo. I nostri soci sono arrivati a circa un centinaio e in occasione del recente settantesimo anniversario della tragedia di Superga, grazie all’interesse dei media nazionali e stranieri, le immagini del nostro museo sono arrivate in tutto il mondo.

Ci sarebbe da esserne orgogliosi e soddisfatti e invece no.

Orgogliosi certamente, soddisfatti non ancora. Ci mancano due passi al raggiungimento ti di questa sospirata meta: un accordo con il Torino FC, che ci tolga da una situazione unica quanto anomala di estraneità tra noi e la dirigenza della squadra di riferimento del Museo e l’agognato trasferimento al Filadelfia, terra promessa cui gli sguardi di tutto il popolo granata si volgono da sempre.

Non ci siamo arresi in tutti questi anni e non pensiamo di farlo proprio ora che siamo vicini al sospirato traguardo. Chissà che la famosa “ciliegina sulla torta” frequentemente citata da Cairo, non sia questa?

Domenico Beccaria

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